39) Erasmo. Critica della dialettica.
La critica di Erasmo alla dialettica  una critica a tutto il
metodo di studio proprio della Scolastica medievale, che si
risolve in ostinata contesa e desiderio di rissa. Inoltre essa
porta ad astrusit, a vuoti formalismi e allontana dal messaggio
di Cristo.
Erasmo, Ratio seu methodos compendio perveniendi ad veram
theologiam.

Per di pi taluni che si servono della sola dialettica pensano di
essere gi abbastanza istruiti da poter parlare di qualunque cosa
e dnno tanto valore a questa disciplina da pensare che la fede
cristiana vada in rovina se non  sostenuta dalle difese della
dialettica, mentre invece disprezzano grammatica e retorica come
scienze del tutto superflue e vane. Eppure lo stesso Agostino
ritiene che, se anche si accettano le ragioni dei sillogismi, si
tenga per almeno lontana la piaga peculiare di quest'arte e,
cio, l'ostinata contesa e il desiderio della rissa. Ma, ti prego,
che dividi e definisci e che cosa mai raccogli se ignori la
forza e la natura delle cose di cui discuti? A che ti servirebbe
l'aver apprestato un sillogismo in celarent o in baroco parlando
del coccodrillo, se non sai che genere di albero o di essere
animato esso sia? N, invero, possiamo apprendere tali cose dalla
lettura degli  otto Libri Naturalium di Aristotele, gli unici che
vengono tramandati nelle scuole, quanto piuttosto dai suoi
eruditissimi commentari De animantibus, dai Metereologicon Libri,
dal De mundo, dal De anima, dal De sensu et sensibili, dal De
memoria et reminiscentia e dai Problemata; e dai Libri de plantis,
ventis, gemmis, di Teofrasto, da Macrobio e Ateneo e Dioscoride, e
dai Libri Naturales di Seneca e da altri scrittori di tal genere;
e a questa parte di erudizione ci possono condurre, e in modo non
mediocre anche i poeti, nei quali  frequente la descrizione di
simili cose... N penso che sia poi inutile se l'adolescente
destinato allo studio della teologia verr esercitato
diligentemente sugli schemi e i tropi dei grammatici che si
apprendono senza troppa fatica e anche si eserciti a spiegare
l'allegoria delle favole, specialmente di quelle che hanno
attinenza con i buoni costumi...
Se poi vi sar qualcuno che abbia tanta forza d'ingegno da poter
abbracciare entrambi questi generi di studio, vada pure
liberamente, vada l dove lo chiama il suo valore e ci vada con
ottimi auspici. Ma credo che si debba incominciare da questi studi
che abbiamo preferito; e che vi si debba trascorrere la maggior
parte della vita. E se si dovr trascurare uno dei due studi non
posso non dire - cosa verissima - che preferirei volgermi da
questa parte. E' meglio essere un po' meno sofista che conoscere
meno i Vangeli e le lettere degli Apostoli;  meglio ignorare
qualche dogma di Aristotele, che ignorare i voleri di Cristo. E,
infine, io preferirei essere un pio teologo insieme al Crisostomo
che essere un teologo invitto insieme a Duns Scoto. Certo non si
pu negare che quei vecchi teologi abbiano illustrato e difeso la
dottrina di Cristo; ed io permetterei che venissero ristabiliti,
se ci constasse che le loro argutissime arguzie e le loro
sottilissime sottigliezze sono riuscite a convertire un gentile
alla fede di Cristo, a vincere o convertire un eretico.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
undicesimo, pagine 146-147.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/1. Capitolo
Uno.
40) Erasmo. Ancora contro la dialettica e la Scolastica medievale.
Uno splendido esempio di ironia erasmiana in questo brano sui
virtuosismi dialettici della Scolastica. Sono ricordati i seguaci
di Scoto, Ockham e di Alberto Magno.
Erasmo, Elogio della pazzia, terzo.

[...] Mi sembra che i cristiani dovrebbero cambiare le loro truppe
nelle guerre che fanno contro gl'infedeli. Se invece di quelle
rozza e materiale soldatesca, che gi da gran tempo adoperano
inutilmente nelle Crociate, spedissero contro i Turchi e i
Saraceni i clamorosi scotisti, gli ostinati occamisti,
gl'invincibili albertisti, e tutta quanta la malizia de' sofisti;
chi mai potrebbe sostenere gli assalti di queste truppe regolate?
Ben gioconda sarebbe, a mio credere, questa battaglia, e affatto
nuova la vittoria. Chi sarebbe tanto freddo da non accendersi al
fuoco di tali dispute? Chi sarebbe cos poltrone da non correre
alla puntura di quegli sproni? Chi pu vantare s buona vista da
non restare abbagliato dalla chiarezza di quelle sottigliezze?
Credete voi ch'io scherzi? Non v'ingannate.
Tra gli stessi teologi si trovano uomini di dottrina solida e
giudiziosa, ai quali fanno nausea queste frivole ed impertinenti
arguzie, e ve ne sono ancora di una coscienza s retta, che ne
provano orrore come d'una specie di sacrilegio. Che orribile
empiet! esclamano essi. Invece di adorare l'impenetrabile
oscurit de' nostri misteri (poich appunto per questo sono
misteri), si pretende spiegarli. E in che maniera? Con un
linguaggio immondo e con argomenti non meno profani di quelli de'
Gentili; e ci si arroga insolentemente il diritto di definire e
disputare delle verit incomprensibili, profanando cos la maest
della teologia con parole e con sentenze insulse e triviali.
Intanto, questi dicitori di nulla vanno cos tronfi come della
vota loro erudizione, anzi provano tanto piacere ad occuparsi
giorno e notte in queste soavissime nenie, che non hanno neppure
il tempo di leggere una sola volta l'Evangelo, e le lettere di San
Paolo. Il pi bello  che, mentre vanno in tal modo chiacchierando
nelle loro scuole s'immaginano d'essere i difensori della Chiesa,
la quale cadrebbe senza fallo se cessassero un momento di
sostenerla con la forza dei loro sillogismi; appunto come Atlante,
secondo i poeti, sostiene il cielo colle sue spalle. I nostri
disputatori hanno ancora un altro grande soggetto di felicit. La
Scrittura  nelle loro mani come un pezzo di cera, poich sogliono
dare a questo libro quella forma e quel significato che va loro
maggiormente a genio: pretendendo che le loro decisioni intorno
alle Sacre Scritture, dal momento che sono state accettate da
alcuni altri scolastici, debbano essere rispettate pi che le
leggi di Solone, ed anteposte anche ai decreti de' Papi. Ergonsi
costoro a censori del mondo e se alcuno s'allontana tanto o quanto
dalle loro conclusioni, siano dirette o indirette, l'obbligano
tosto a ritrattarsi, e pronunciano come tanti oracoli: Questa
proposizione  scandalosa, quest'altra  temeraria; quella sente
d'eresia, quell'altra suona male. Per tal modo n il Vangelo, n
il battesimo, n Paolo, n Pietro, n Girolamo, n Agostino, e
nemmeno lo stesso Tommaso d'Aquino, comunque sfegatato
aristotelico, non saprebbero fare un ortodosso, senza il
beneplacito di questi baccellieri; tanto  necessaria la loro
sottigliezza per ben decidere della ortodossia. Chi avrebbe mai
sospettato che non fosse cristiano colui il quale sostenesse che
queste due proposizioni: matula putes e matula putet, ovvero ollae
fervere e ollam fervere, siano pari, se i teologi d'Oxford non
avessero amato di farcelo sapere col fulminare queste due
condannabili proposizioni? Come mai sarebbe stata la Chiesa
purgata da tanti errori, se non era permesso distinguerli prima
che fosse stato applicato il gran sigillo dell'Universit alle
proposizioni condannate? Non chiamerete voi dunque felicissime
queste persone? Ma proseguiamo ancora un poco. Quante bellissime
storie questi dottori senza dottrina non ci vanno spacciando
intorno all'inferno? Ne conoscono cos bene tutti gli
appartamenti, parlano con tanta franchezza della natura e dei vari
gradi del fuoco eterno, delle diverse incombenze dei demoni;
discorrono finalmente con tanta precisione sulla repubblica de'
dannati, che sembrano di esserne gi stati cittadini per il corso
di molti anni. Inoltre, qualora lo giudicano conveniente, non
perdonano alla fatica di creare anche dei nuovi mondi, come hanno
mostrato col formare il decimo cielo, da essi chiamato Empireo,
fabbricato espressamente pei beati; essendo troppo giusto che le
anime glorificate avessero un vasto e delizioso soggiorno per ivi
godere tutti i loro comodi, per divertirsi, insieme, ed anche per
giocare alla palla se loro venisse in grado.
I nostri fini pensatori hanno il cervello cos zeppo, cos agitato
da queste fanfaluche, che certo non era pi gonfio il cervello di
Giove, allorch volendo partorire Minerva implor il soccorso
della scure di Vulcano. Non vi fate pertanto meraviglia se nelle
pubbliche difese hanno somma cura di cingersi la testa con tante
fasce, poich si studiano d'impedire per mezzo di questi onorevoli
legami che non iscoppi da tutte le parti quella  massa di scienza,
di cui si trova sopraccaricato il loro cervello. Non possa fare a
meno di rifere (ora giudicate se non ve ne sia un grande
argomento, poich rare volte trova da ridere la pazzia), non posso
a meno di ridere, quando ascolto questi celebri personaggi, i
quali non parlano gi, ma piuttosto balbettano. Costoro non si
reputano teologi, se non quando possiedono perfettamente il loro
barbaro e sporco linguaggio, il quale non pu essere inteso se non
da quelli dell'arte; ma di questo se ne gloriano chiamandolo
acume, e dicendo con arroganza di non parlare pel volgo profano:
soggiungono inoltre, che la dignit delle Sante Scritture non deve
soggiacere alle regole grammaticali. Ammiriamo la maest dei
teologi! Non  permesso che a loro il parlare scorrettamente, e
tutt'al pi si concede al volgo di contrastar loro questa
prerogativa. Finalmente i teologi pongono se stessi immediatamente
dopo gli di.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
undicesimo, pagine 151-153.
